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Arcano · Tarocchi di Marsiglia

Sette di Denari

Da dove vengono i tarocchi

I tarocchi nascono nell'Italia del Quattrocento come gioco di carte, e per tre secoli sono soltanto quello: le prime testimonianze di un uso divinatorio sono settecentesche, francesi, e le attribuzioni all'antico Egitto che si leggono ancora oggi risalgono a quegli stessi anni — sono un'invenzione del Settecento, non una memoria. Nessuno studio ha mai mostrato che le carte anticipino un evento. Quello che segue è ciò che la tradizione associa a ciascuna carta, riportato come tradizione.

Le carte qui sotto seguono la numerazione dei tarocchi di Marsiglia, che è quella dei mazzi italiani: la Giustizia è l'VIII e la Forza l'XI. Nei mazzi di scuola inglese le due sono scambiate — se il numero non corrisponde al tuo mazzo, è questa la ragione.

La carta dritta

Nella serie il sette è una sosta. La tradizione lo legge come il momento in cui il lavoro è avviato ma non concluso, e in cui l'unica cosa sensata è aspettare che maturi, con la fatica particolare di non poter accelerare niente. Sui Denari prende la forma della crescita lenta: qualcosa è stato messo a terra e adesso cresce per conto suo, con i propri tempi e non con quelli di chi l'ha piantato. Chi legge le carte parla spesso di bilancio a metà strada — si guarda indietro, si conta quel che c'è, e non si è ancora in grado di dire se sia abbastanza.

La carta a rovescio

Capovolta, viene letta come l'impazienza: il raccolto controllato ogni mattina, la decisione presa troppo presto pur di non restare nell'attesa, la tentazione di ricominciare daccapo altrove appena il ritmo delude. Una seconda linea interpretativa, minoritaria ma vecchia, ci trova il rovescio esatto — l'attesa diventata abitudine, chi rimanda all'infinito il momento di verificare, la pazienza usata come scusa. Fra le sette carte del seme è quella in cui il capovolgimento si allontana di più dal dritto, e una parte delle fonti la tratta come una lettura autonoma invece che come una negazione.

Sul piano dei legami

Sul piano affettivo la tradizione accosta questo sette al tempo che un legame chiede e che non si può abbreviare: la fase in cui si è messo molto e non si vede ancora che cosa ne verrà, con la domanda — la sola che la carta contenga — se valga la pena continuare a metterci mano. Viene letta come una sosta, non come un verdetto. Nessuna fonte seria le fa dire quando, né con chi, né per quanto ancora: quelle risposte le aggiungono le pagine del cluster perché sono ciò che chi cerca vorrebbe leggere, e non stanno nella pratica di partenza.

Che cosa se ne sa davvero

Anche qui, a Marsiglia, sette monete e basta: una geometria simmetrica dentro un fogliame, senza figure e senza paesaggio. L'uomo appoggiato alla zappa che guarda un cespuglio carico di dischi — la scena da cui viene per intero la lettura dell'attesa e del raccolto — è di Pamela Colman Smith, 1909. È forse la carta in cui si vede meglio quanto il Novecento abbia scritto dei minori: dal numero sette e dal seme di terra non si ricava nessun raccolto, ci vuole un disegno che lo mostri. La Golden Dawn, nel 1888, aveva già dato a ogni numerale un titolo in inglese, ed è da quei titoli che molti manuali italiani traducono ancora oggi senza dirlo.

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