Dieci di Coppe
Da dove vengono i tarocchi
I tarocchi nascono nell'Italia del Quattrocento come gioco di carte, e per tre secoli sono soltanto quello: le prime testimonianze di un uso divinatorio sono settecentesche, francesi, e le attribuzioni all'antico Egitto che si leggono ancora oggi risalgono a quegli stessi anni — sono un'invenzione del Settecento, non una memoria. Nessuno studio ha mai mostrato che le carte anticipino un evento. Quello che segue è ciò che la tradizione associa a ciascuna carta, riportato come tradizione.
Le carte qui sotto seguono la numerazione dei tarocchi di Marsiglia, che è quella dei mazzi italiani: la Giustizia è l'VIII e la Forza l'XI. Nei mazzi di scuola inglese le due sono scambiate — se il numero non corrisponde al tuo mazzo, è questa la ragione.
La carta dritta
Dieci chiude la serie numerata, e in tutti e quattro i semi la tradizione vi legge un compimento che sconfina già oltre il proprio numero. Per le Coppe si legge come la carta della pienezza condivisa: la casa, il legame che regge, la contentezza che riguarda più di una persona alla volta. L'immagine a cui quasi tutti pensano — un arcobaleno di dieci calici sopra una coppia con le braccia alzate e due bambini che ballano — è di Pamela Colman Smith e ha poco più di un secolo. Nei mazzi marsigliesi ci sono dieci coppe fra tralci, disposte in file, e nessuno che festeggi.
La carta a rovescio
Rovesciata, viene letta come la stessa abbondanza guardata dall'interno, quando l'apparenza tiene e la sostanza si è svuotata: l'armonia recitata davanti agli estranei, l'insoddisfazione taciuta per non guastare la quiete comune, il gruppo che resta insieme per consuetudine. Una parte delle fonti vi mette invece un attrito circoscritto e passeggero, una ruggine domestica senza portata, e giudica esagerato ricavarne una crepa profonda. Sono due misure molto diverse dello stesso disagio, e nessuna delle due discende dall'immagine marsigliese, che resta ornamentale e non racconta alcun episodio.
Sul piano dei legami
È il campo in cui questa carta viene forzata più spesso, perché la versione novecentesca mostra proprio dei familiari e chi cerca la prende per un preavviso. La tradizione vi accosta invece soltanto un clima: la stabilità affettiva, il piacere di una compagnia che dura, un tempo in cui i rapporti pesano poco. Non ci sono nozze, non ci sono nascite, non c'è nessun ritorno — quelle sono aggiunte delle pagine che vendono, non della pratica di partenza. Chi legge le carte descrive un tono; le vite delle persone non stanno in dieci calici dipinti in fila.
Che cosa se ne sa davvero
Come per gli altri numerali, la sola cosa verificabile è la differenza fra i mazzi. Nell'edizione di Marsiglia di Nicolas Conver, del 1760, il Dieci di Coppe è un motivo ripetuto: dieci calici uguali fra fogliame, senza personaggi e senza paesaggio. La scena familiare con l'arcobaleno compare nel mazzo Rider-Waite pubblicato a Londra nel 1909, illustrato da Pamela Colman Smith su indicazione di Arthur Edward Waite, ed è quella che la divulgazione successiva ha ripreso ovunque senza citarla. Chi legge un significato «tradizionale» del Dieci di Coppe sta quasi sempre leggendo un'invenzione grafica del primo Novecento.